Il punto sulla Formazione professionale in Italia in rapporto agli obiettivi di Lisbona

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Negli anni più recenti non c’è stata discussione o proposta di miglioramento dei sistemi di istruzione e formazione, che non abbia preso a riferimento gli obiettivi che il vertice europeo di Lisbona aveva proposto come meta da conseguire entro il 2010, per fare dell’Europa l’economia della conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale. In particolare entro la data indicata gli stati membri avrebbero dovuto almeno dimezzare il tasso degli abbandoni scolastici precoci rispetto al tasso registrato nel 2000, al fine di arrivare a una media UE pari o inferiore al 10%; avrebbero dovuto almeno dimezzare il livello della disparità fra i sessi tra i laureati in matematica, scienze e tecnologia, garantendo allo stesso tempo un sensibile incremento complessivo del numero totale di laureati rispetto al 2000; avrebbero garantito che la percentuale media UE della popolazione di età compresa fra i 25 e i 64 anni, che ha assolto almeno l’istruzione secondaria superiore, avesse raggiunto o superato l’80%, la percentuale di quindicenni con livelli bassi di capacità di lettura e di nozioni matematiche e scientifiche avrebbe dovuto essere almeno dimezzata in tutti gli Stati membri; infine, il livello medio di partecipazione all’apprendimento lungo tutto l’arco della vita avrebbe dovuto raggiungere almeno il 15% della popolazione attiva (fascia d’età compresa tra i 25 e 64 anni) e in nessun paese al di sotto del 10%. È noto in realtà come il dibattito più recente e gli stessi orientamenti ufficiali della Commissione Europea abbiano ormai dato, per acquisita l’impossibilità di conseguire questi obiettivi nell’arco di tempo previsto. Le azioni poste in campo attraverso le riforme ritenute necessarie hanno trovato un po’ dovunque difficoltà e resistenze inizialmente sottovalutate. Ma soprattutto i contesti economico-sociali e quelli politico istituzionali sono mutati sensibilmente sotto i colpi di una globalizzazione che ha preso strade non sempre previste. I mercati si sono internazionalizzati e il PIL dell’economia-mondo è cresciuto, ma con un decrescente protagonismo europeo, il cui modello di compromesso tra capitalismo e democrazia ha dovuto registrare un forte indebolimento. Ne hanno sofferto le politiche di welfare, il fulcro di questo compromesso, in cui si sono ridati i margini di investimento nei fattori di coesione e mutualità sociale; l’istruzione, specie in un paese come il nostro, si è trovata costretta tra due emergenze: quella educativa e quella occupazionale. La scuola ha perso capacità e legittimazione come agenzia di socializzazione primaria; le difficoltà del mondo del lavoro si sono tradotte in una minore coerenza tra aspettative legate agli investimenti educativi e prospettive occupazionali. Lisbona appare dunque lontana in questo contesto, specialmente là dove i ritardi (è il caso del nostro Paese) sono più significativi. Al tempo stesso però non vengono meno le ragioni che hanno promosso la strategia che porta il suo nome. Infatti, l’emergere di una globalizzazione multipolare (non solo Stati Uniti ed Europa ma anche India, Cina, e altri Paesi asiatici) ha rimesso in discussione il presupposto per un protagonismo europeo in campo economico – sociale e a maggior ragione, smentito l’ipotesi lineare di una occidentalizzazione del pianeta, occorre tornare sulle nostre chance di trovare un posizionamento originale nel contesto internazionale, in modi e gradi diversi dalle previsioni, ma in continuità certamente con il valore determinante della conoscenza, della sua produzione – condivisione e quindi anche dell’istruzione e della formazione. Per questo occorre tornare a Lisbona e renderla nuovamente più vicina nelle proposte programmatiche del nostro Paese.

Autori: 
Michele Colasanto
Editori: 
ASW S.r.l.
Data di pubblicazione: 
Gennaio, 2008
Copertina: 
Id Libro: 
urn:uuid:db78bc31-07fb-4198-9f86-f88acab3d09d